MyMarina

Ieri sono ritornato a Marina Romea. Dopo una desolante settimana di cieli piatti e senza vita alcuna, mi sono svegliato con un sole sfavillante. Due ore di viaggio, o poco più e, in compagnia di un amico, mi sono diretto verso il mare.

Marina Romea è la mia capsula del tempo. Un posto dove le pinete sono, a un tempo, quinta e sipario, coprendo e rivelando le dune e il mare, ieri insolitamente impetuoso. Molti surfisti, protetti da spesse mute in neoprene, sfidavano le onde dalle creste di color bianco sporco.

La spiaggia portava le cicatrici delle mareggiate invernali. La marea, ritraendosi, aveva portato allo scoperto migliaia di conchiglie infisse nella sabbia umida come borchie surreali.

Dappertutto, tronchi calcinati dal salso, spogliati di ogni vita e però carichi di contrasto e di significati contorti come le loro forme.

Sparsi sul litorale, tanti parabordi bianchi e neri, la parte inferiore incrostata di mitili e dal costo (ci credereste?) di ottanta euro ciascuno.

La spiaggia è lunga, costeggiata da una duna, sormontata da un sentiero. Altre anime vagavano in cerca di sollievo o, più semplicemente, di un posto dove pensare in pace ai fatti propri o, in caso, dove dimenticarli: un uomo dalla faccia desolata e smarrita, una donna con un foulard viola, seduta su un seggiolino pieghevole.

Oltre le dune, oltre i pini, alcuni fondamentali punti di riferimento, tra cui il chiosco delle piadine di Mary, fulcro di un microcosmo fatto di anziane coppie che scherzavano tra loro con un accento caldo e ilare, turisti, studenti, camperisti, gitanti, surfisti con le tavole nel Doblò, le collanine di legno e Point Break nella mente.

Da Marina Romea a Marina di Ravenna. Mollata la macchina, abbiamo preso il traghetto per arrivare a Porto Corsini. Più vita, più movimento. Barche a vela in una fittissima foresta d’alberi; tre moli, di cui uno lunghissimo, puntati come dita nell’acqua, ciascuno col proprio piccolo mondo di pescatori, ciclisti, bambini che guardavano stupiti l’occasionale transito di una nave da carico.

Nel lungo percorso tra le banchine, geometrie di edifici belli ma sfitti, rimorchiatori che fanno la loro spola incessante col mare aperto.

Sullo sfondo, netta e bizzarra, la silhouette delle ciminiere gemelle della Centrale Teodora, dell’ENEL.

La giornata è terminata con un tramonto da favola, coi volti di persone sul traghetto, dirette a casa, stanche, ma ancora in grado di stupirsi della magnificenza del crepuscolo, nell’ultimo raggio di luce del faro che, come un direttore d’orchestra, chiude, lasciando spazio al buio.

 

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Il chiosco delle piadine “Da Mary”

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Pinete prima del mare.

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Uso creativo dei parabordi.

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Plastica alla rinfusa.

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Centrale ENEL Teodora.

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Dissolvenza in nero.

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