DeltaRaid 2016

Me ne sono andato in campeggio. Sul Delta del Po. Con la bici pieghevole. In sintesi, questo è il DeltaRaid 2016.

Romea Family Camping, Casalborsetti, il mio campeggio preferito, il mio non-luogo preferito. E come tutti i non-luoghi, è facilmente raggiungibile e sorprendentemente economico; con quindici euro al giorno circa, si trova, turisti a parte, una pace inarrivabile. Sono stato spinto a ritornarci dal più elementare degli impulsi: la voglia di mare. Le condizioni meteo sono state sorprendentemente buone. L’aria fresca ha spazzato via la nuvolaglia e settembre ha fatto lo stesso col grosso dei turisti fastidiosi e fracassoni.

L’IDEA.

Con la voglia di riprendere a pedalare ringalluzzita dall’acquisto di una bici pieghevole e da alcune positive puntate a lungo raggio, ho deciso di ritornare in un luogo a me caro partendo da un altro luogo altrettanto caro: Ferrara; seguire dunque una rotta verso est, più o meno in parallelo al raccordo R8 che da Ferrara Sud conduce a Porto Garibaldi, per poi piegare a sud verso Casalborsetti.

IL PERCORSO.

Per pianificare il tragitto ho utilizzato l’ottimo tool di Strava; alla fine, all’andata, per evitare venti km di SS 309, dall’aria e dalla reputazione cimiteriale, ho effettuato una lunga deviazione verso sud che mi ha portato ad attraversare dei luoghi desolati e suggestivi, in cui c’è IL NULLA per chilometri, in ogni direzione. Come piace a me.

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Il percorso dell’andata. Ferrara – Portomaggiore – Longastrino – S. Alberto – Casalborsetti. Notare il lunghissimo percorso rettilineo che attraversa l’area della bonifica del Mezzano.

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Il percorso del ritorno, più rettilineo e ordinato. Casalborsetti – Porto Garibaldi – Comacchio – Ostellato – Ferrara

IL MEZZO.

Tern Link D16

Dopo aver collaudato il concetto con la Valsugana sulla Link D8, mi sono convinto della bontà del sistema fold per le mie esigenze ciclo turistiche. Ho quindi abbandonato temporaneamente la Mountain Bike, vendendo quest’ultima e l’altra pieghevole per passare a una Link D16, la cui trasmissione mi avrebbe (come in effetti ha) permesso di procedere in maniera uniforme e spedita, affrontando anche eventuali pendenze senza problemi. Robusta, per il momento affidabile, molto facile da guidare, reattiva e rigida, la D16 è stata collaudata a modo in un itinerario di lunghezza e morfologia simili a quello che mi aspetta, senza particolari tribolazioni. L’equipaggiamento supplementare comprende un robusto portapacchi da dieci chili di capacità, luci frontali e posteriori ad alta efficienza (perché per strada già non ti vedono di giorno, figurarsi al crepuscolo; di notte non ho intenzione di girovagare), una staffa per montare il telefono, che farà anche da ciclocomputer. Le app che utilizzerò sono STRAVA, con la quale ho pianificato il percorso e che utilizzo per tenere traccia dei dati essenziali dell’itinerario e BIKE BRAIN della BioLogic, un’azienda che produce accessori per biciclette molto ingegnosi.

La D16 pesa 9,2 chili in configurazione pulita e si è rivelata sorprendentemente robusta e affidabile, affrontando tranquillamente centocinquanta km di asfalto non propriamente in condizioni idilliache e sterrato leggero, sul quale, ovviamente, i copertoni lisci non hanno fatto faville, ma tant’è.

La bicicletta è frutto di un gran lavoro di progettazione, concepita e strutturata con intelligenza. Io ho cercato di accompagnarla con soluzioni altrettanto intelligenti, a partire da uno specchietto retrovisore (andato distrutto purtroppo dopo una caduta poco prima di Longastrino, luci frontali e posteriori regolabili (si caricano via USB), un supporto per telefono della Zèfal, un antifurto snake della Abus, simile a quello nel link (che ha il vantaggio di essere compatto, molto robusto e dotato di un fodero che si attacca in maniera salda e discreta al telaio. Ho scelto il modello a combinazione per evitare i rischi legati ad un eventuale smarrimento della chiave. Accanto al tradizionale kit di attrezzi, che comprende un multiuso Leatherman Surge, alcune punte assortite, kit cambio camera d’aria, ho acquistato una ingegnosa pompa della BioLogic, la Post Pump, che si integra perfettamente nel cannotto reggisella ed ha una portata molto superiore alle pompe compatte che si trovano normalmente in commercio.

Di seguito, alcune delle soluzioni adottate per la bici.

Forse, qualcuno potrebbe dire, una bicicletta full size sarebbe stata più adatta. Importasega™, per essere fini. Dieci anni fa, ho fatto parte dello stesso percorso con una Whistle Alikut 701 da 27” e non mi sono divertito alla stessa maniera. Dopo qualche anno, credo che la bicicletta pieghevole sia la chiave per un nuovo modo di viaggiare e per una mobilità davvero alternativa, multimodale, a basso impatto.

Al ciclista non occorre più dunque adeguarsi alle stranezze e alle irregolarità del trasporto pubblico italiano, schizofrenico assai per chi viaggia sulle due ruote e molto poco amichevole. Niente necessità di biglietto supplementare sui treni, di vagoni ad hoc, di rastrelliere. Pieghi la bici e la porti via come fosse un bagaglio a mano. Ti stanchi? La carichi in una corriera o la porti su un bus come fosse una valigia, senza problemi. La chiave, per quanto mi riguarda, è la comodità della traversata, la piacevolezza della posizione di guida, la facilità con cui si fanno tratte anche molto lunghe. La fretta per me non è un problema e la velocità media è per me perfettamente accettabile.

Il punto di tutto ciò, quindi è, oltre che divertirmi, dimostrare che due ruote, anche se piccole, ti possono portare davvero dovunque.

L’EQUIPAGGIAMENTO.

Lo divido per comparti “logici”.

“STARE”

Tenda: tre posti Coleman, comprata una decina d’anni fa e ancora perfettamente funzionante. Ricordo ancora con una certa tenerezza il giorno in cui, dopo averla montata per la prima volta, ho visto il tappetino da mettere sulla soglia;

Sacco a pelo Black Bear. Utilizzato in quasi tutte le stagioni. Garantisce notti confortevoli, almeno per quanto riguarda il riposo.

Materassino: autogonfiante comprato da Decathlon. Fa il suo dovere in maniera egregia, isolandomi dalle asperità del terreno. Si compatta in poco tempo ed è di poco ingombro.

Un piccolo tendalino sempre comprato da Decathlon, dato che andare in giro a fare Don Chisciotte con l’ombrellone sulla bici non rappresenta la mia massima aspirazione.

Un sottotenda in robusta plastica a trama incrociata.

Il tutto contenuto quasi al millimetro in uno zaino semistagno nero opaco.

VESTIRE

Il vestire, essendo estate, e le condimeteo favorevoli, non è stato un problema. Pochi capi, tecnici, in microfibra, rapidi ad asciugarsi, e il gioco è fatto:

dall’alto a sinistra: due paia di pantaloni in microfibra, due maglie in tessuto tecnico a rapida asciugatura, una maglietta in cotone per la notte e una felpa con cappuccio sempre per la notte, in caso la temperatura fosse scesa in maniera fastidiosa, cosa che non è stata.

Dal basso a sinistra: biancheria, due costumi, un telo in microfibra (benedetto), d’ingombro ridottissimo, accappatoio e asciugamani sempre in microfibra, nelle loro custodie traforate, bandana (utilissima) e guanti per la bici;

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CIBO e ALTRI ACCESSORI:

essendo il giro interamente autonomo, ma contando anche sul fatto che l’itinerario mi avrebbe portato ad attraversare centri abitati in un giorno feriale, mi sono limitato a generi di primissima necessità: marmellate in confezioni monodose, due scatolette di simmenthal, una di insalata di tonno; pane, caffè solubile e zucchero. Poi, altre cose varie quali:

ciabatte

un piccolo giubbino impermeabile

fornelletto da campo

tazza in alluminio

coltello Spyderco Pacific Salt

kit di primo soccorso

busta ziploc con articoli da toeletta e medicinali

un rotolo di buste di plastica

repellente per zanzare (indispensabile)

sapone di Marsiglia, per lavare me stesso e i vestiti

coltello Extrema Ratio RAO, pensato per gli incursori, figuriamoci per lavori pesanti da campo

torcia elettrica

occhialini da nuoto

fondamentale caricatore multiuscita USB con i cavi necessari

occhiali da bici con lenti intercambiabili

fotocamera Fui X100

power bank da 10.000 MAh

multiuso Victorinox Spirit, da tenere addosso in caso di necessità

piastrina con nome, cognome, gruppo sanguigno e numeri da chiamare in caso di emergenza.

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L’equipaggiamento fotografico è stato ridotto all’osso: una collaudata Fuji X100, l’iPhone e una piccola action – cam nella sua custodia stagna. Niente altro. Questo perché, fotograficamente, ho imparato a fare quel che mi serve con una macchina e una lente, poi per ragioni di peso, di ingombri e di comodità d’uso, anche se avrei preferito portare la Leica ma ho (a posteriori, saggiamente) pensato che nell’eventualità di una caduta, la X100 sarebbe stata maggiormente sacrificabile. Alla fine sono sì caduto, ma la X100 non ha subito danni.

Di seguito, alcune foto scattate durante il viaggio. I panorami sono desolati, assolati, piatti, con paesi dai nomi improbabili costituiti da manciate di case gettate apparentemente a caso, ma sono proprio quei paesaggi, quella pianura, quella desolazione, di cui mi sono riempito gli occhi e nutrito la mente durante l’incessante pedalare.

PRIMO GIORNO

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Partenza da Ferrara, Piazza XXIV Maggio.

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Finalmente l’arrivo alla spiaggia del Camping Romea. Dopo quasi ottanta km sotto il sole, ci sono arrivato. Via i vestiti e in mare. Una sensazione bellissima e difficile da descrivere.

Dopo il tuffo in mare che mi ha fatto magicamente svanire di dosso polvere e stanchezza, rivestitomi in fretta per sfuggire alle zanzare, ho montato il campo. Mi ci sono voluti meno di venti minuti, dopodiché mi sono buttato sotto la doccia, vestito, col sapone di Marsiglia in mano, per lavare prima gli abiti e poi me stesso.

Una semplice doccia e l’aria fresca della sera, l’accappatoio addosso per difendermi dalle zanzare, il silenzio del campeggio e il profumo delle pinete circostanti. Esattamente quello che cercavo.

SECONDO GIORNO

Ozio, riposo, spiaggia. Fritturina di pesce a Marina di Ravenna. Ritmi circadiani riallineati dalla tenda, sveglia all’alba, caffè caldo in spiaggia, ore senza programmi, senza impegni, senza tempo. Nel paese di Porto Corsini, subito dopo Casalborsetti e Marina Romea, c’è un molo costruito da poco, tre chilometri di lunghezza. Un dito di cemento puntato verso le piattaforme per l’estrazione di gas, al largo, popolato da un microcosmo di pescatori, anche loro in cerca di isolamento e qualche pesce nel crepuscolo che avanza.

TERZO GIORNO

Si reimpacchetta il campo e si riparte. L’itinerario del ritorno è stato pianificato in barba alla Romea. La deviazione dell’andata è stata suggestiva, ma le statali trafficate fanno parte del gioco, se si vuole pedalare e quindi vanno affrontate. Il percorso di ritorno va a ritroso fino a Porto Garibaldi per poi piegare all’interno verso Comacchio, Ostellato e Ferrara. Si costeggiano, apparentemente ignorati eppure in piena vista, distributori abbandonati, il Topkapi, discoteca abbandonata da decenni, con l’insegna affacciata sulla strada e sommersa dagli oleandri. Si passa da Comacchio, sempre suggestiva e gremita di turisti, durante un matrimonio con tutti i crismi, drone compreso, per poi passare da Ostellato, con le sue case sperse nel niente, binari della ferrovia che si perdono, come in un’illustrazione di un libro di disegno. Chilometri di strade, di platani, di campi, di acqua, di sole e terra, per arrivare, finalmente, a Ferrara.

Dove ho forato.

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