SubMarina 2016

La diga foranea di Sottomarina è un microcosmo. Ci arrivo sempre dopo una lunghissima camminata, partendo dal Lido del Carabiniere, dal lato opposto, attraversando praticamente tutto il vasto spiaggione che li separa.

Oggi c’era un sole splendido. 14 gradi che sembravano prendere per i fondelli il già asfittico inverno che abbiamo avuto e le connesse disgrazie. Non c’era momento migliore per mettere un piede davanti all’altro e passeggiare. Senza meta, senza costrutto, senza premura.

La fotocamera è rimasta nello zaino per quasi tutta la passeggiata d’andata. A un certo punto, però, ormai a ridosso della diga, trovo una sacca d’acqua bassa, il fondale esposto, complice la bassa marea e gente sparsa. Alcuni chini, altri in ginocchio, come in preghiera, tutti accomunati da un fagotto ai piedi e da un piluccare nell’acqua. In mano, retini, sacchetti, bastoni di vario tipo.

Cosa avessero da rovistare è presto svelato: vongole veraci. Piccole, chiare, al termine di brevi e stentati solchi nella sabbia bagnata. Riconoscibili a vista o da piccole bolle traditrici e rivelatrici, subito prese e messe in un sacchetto o un retino, appunto, per saltare poco cerimoniosamente nel tegame per un piatto di spaghetti o una zuppa.

L’operazione di raccolta si svolge nel silenzio più assoluto. I curiosi (come me), i bambini e i cani sono a malapena considerati e i vongolari si affrettano, belli attivi, a piluccare dalla sabbia.

Impossibile non scattare. Il keeper della giornata è quello di un uomo chino; sullo sfondo, ben distanziati e sfocati dal Summilux, la diga e i trabocchi.

Quanto la combinazione macchina-lente sia in grado non tanto e non solo di tradurre la mia visione in una foto quanto di connettersi istantaneamente, in maniera quasi cibernetica al mio occhio e al cervello retrostante, è un mistero che ancora mi stupisce.

Proseguo nella mia passeggiata e percorro i lastroni candidi della diga, verso la sua estremità, verso la piccola finisterre contrassegnata dal faro rosso. Attorno a questo faro, gravita un microcosmo di persone in perenne ricambio, eccezion fatta per alcune figure fisse che paiono fuse col cemento dei frangiflutti e altrettanto noncuranti del viavai.

Intorno al faro, sedie di plastica utilizzate come punti di osservazione, spalle al mare; pezzi di cartone ordinatamente disposti e accantonati, per essere utilizzati da chi si siede sui freddi blocchi di pietra e cemento. Un uomo sulla settantina siede su una sedia di plastica rossa, il capo coperto da un berretto; la rivelazione del giorno è questa: lo scazzo indifferente raggiunto da questi individui supera l’atarassia e il vuoto mentale taoistico. Essi sono i veri custodi dei segreti dell’esistenza.

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