Taranto, 2014. Questa è Sparta?

Taranto. Arrivato ieri (1 settembre, per chi legge) dopo una lunghissima assenza e già mi sono sentito in una dimensione intermedia tra due epoche. Le stesse buche di vent’anni fa, la stessa silhouette di Villa Peripato, palazzi vecchi e fatiscenti, apparentemente condannati a un decadimento senza tempo, rimessi invece a nuovo! La città vecchia ripulita, colorata e suggestiva. L’aria mai così limpida, da quando le bocche vomitanti polvere nera dell’ILVA (ma per me resterà sempre l’Italsider) sono state chiuse d’imperio.

E’ come se il restauro della città fosse stato affidato a un direttore dei lavori psicopatico, che abbia intrapreso l’opera con discontinuità e senza un ordine preciso.
Angoli tirati a lustro si alternano a paesaggi presi di peso da Beirut. Villette immacolate e campi incolti disseminati di immondizia. Non normale pattume ma roba seria: in un villino languente nel limbo di lavori mai finiti ho visto accatastati almeno un centinaio di vecchi materassi…
Nelle periferie calcinate dal sole, lo stesso sole che regala una luce purissima e spietata, salvo addolcirsi nel tramonto, muri a secco, sterpi inariditi, tubi, vetusti cantieri sbilenchi circondati da ponteggi, come cadaveri rivestiti di trine…
Nel cimitero, dove sono stato a salutare i miei nonni, cani randagi in branchi, così come nelle frazioni d’intorno. Mare d’un turchese primario o del tutto trasparente ed invisibile. Macchie di buganvillee. Fichi d’india come alberi di natale fuori stagione.
E’ una terra di contrasti, si dice, con una sorta di accettazione. Questo mi fa rabbia: l’accettazione. La lotta, spesso impari, tra lo sforzo di restituire decoro ad una terra magnifica e il gesto – compiuto con assoluta nonchalance – del ragazzo, griffatissimo, ben curato, iperconnesso, consapevole ed informato che butta per terra la coppetta del gelato, a mezzo metro da un cestino.
Questo mi fa rabbia. Vedere i luoghi cui in parte appartengo, che mi hanno visto crescere e giocare e vivere tra i momenti più belli dell’infanzia, contesi tra luce ed ombra, come se questa città fosse una bellissima donna con una malattia autoimmune, una malattia in cui una parte dell’organismo si rivolta contro l’organismo tutto, incurante (o ignorante) che ciò vuol dire puntarsi una pistola alla tempia.

Annunci