Tredicesimo giorno: un duca disinvolto e una valle incantata. Inveraray Castle, Kilchurn Castle e la Glencoe.

Il castello di Inveraray (http://en.wikipedia.org/wiki/Inveraray_Castle), Argyll, sulle rive del Loch Fyne, dimora del Duca di Argyll, capo del Clan dei Campbell sin dal diciassettesimo secolo, è un’altra dimora di intensa e struggente bellezza. In eccellente stato di conservazione, al centro di splendidi giardini, è in parte aperto al pubblico e in parte adibito a residenza privata del Duca e della sua famiglia, i cui ritratti istituzionali sono sparsi un po’ dovunque nei sontuosi saloni.

La stanza più bella e impressionante è stata per me la sala d’armi, con ricche decorazioni realizzate con armi bianche e da fuoco. Su tutto aleggiava un’atmosfera di altera dignità, di storia gloriosa e mai dimenticata. Mura, quadri, arredi, ogni più piccola suppellettile trasudava la parola “heritage”…
Un momento bizzarro è divertente è stato quando, al termine della visita, ci siamo diretti verso l’auto, nel parcheggio, ed abbiamo visto arrivare una Range Rover nera a bordo della quale, disinvolto, assorto, una maglia da polo addosso, c’era il Duca, proprietario della magica magione che ci aveva tanto affascinato che, con una naturalezza degna del più squisito blasone, semplicemente, rincasava…
Ci siamo guardati, meravigliati da quella nonchalance, ed abbiamo proseguito il viaggio, destinazione: Kilchurn Castle (http://en.wikipedia.org/wiki/Kilchurn_Castle).

Può una rovina essere potente? Trasmettere un senso di quieta, serena imponenza mano a mano che si fa più vicina, emergendo dalle brughiere umide e fangose, dopo una pioggia intensa?
La risposta è, ancora una volta, affermativa.
Stupenda struttura del quindicesimo secolo, all’estremità nord est del Loch Awe, Argyll e Bute, questo castello è stata la dimora ancestrale di un ramo dei Campbells di Glen Orchy e, malgrado in rovina, quel che ne rimane è estremamente ben conservato, potente, vivo e affascinante, come le lande che lo racchiudono, assolutamente tormentate e tempestose, sotto un cielo solcato da nubi irrequiete e in rapido transito come pensieri corrucciati.
Conclusa la visita al castello, ci siamo diretti verso un luogo che, a buon diritto, può dirsi uno dei più belli e suggestivi di tutta la Scozia: la Glencoe. Valli, foreste, cascate, rilievi stranamente benigni, dignitosi ma mai oppressivi, la Glencoe è, per me, la quintessenza delle Highlands e il suo potere evocativo si trasmette intatto in ogni immagine e in ogni film qui ambientato.
Il paesaggio varia a ogni metro, l’erica, come pennellate distratte, vivacizza il bruno del terreno. Sole e nuvole si inseguono senza conoscere requie e gli arcobaleni, qui, hanno consistenza quasi tangibile.
Guidare attraverso quei paesaggi incantati ha messo a dura prova la mia concentrazione, tanto era forte l’impulso di scendere dall’auto e di correre via, libero, gridando forte…
Alla fine, usciti dalla Glencoe, non siamo stati in grado di rassegnarci alla fine di quell’incanto e, voltata la macchina, l’abbiamo riattraversata altre due volte, incapaci di sottrarci all’incanto di quei panorami da fiaba.
Questo ti fa, la Scozia. Ti prende, ti scuote, ti schiaffeggia violentemente l’anima. Ti spoglia di tutte le inutili frivolezze del quotidiano, ti ripulisce completamente come un acido corrosivo stranamente innocuo e ti riporta alle origini, alle cose importanti, in un mondo di fiabe dove non conta che telefono possiedi, che marca di vestiti indossi, quanto sei in grado di atteggiarti in società ma solo quanto sei in grado di aprirti per ascoltare il vento, il cielo, la terra e le pietre senza lacerarti in due…

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